La nostra intervista ad Alessandro Andreoni
Alessandro Andreoni, cuore mastino, giaguaro sul ghiaccio
Alessandro Andreoni, ha 25 anni, è di Varese, e tifa Mastini, la squadra di hockey della città. Studia Design al Politecnico di Milano e quest’anno ha iniziato la magistrale. È disabile fin dalla nascita, in quanto è nato spina bifida. Controlla male la gamba destra ed ha un po’ di deficit su quella sinistra: cammina, zoppicando, aiutandosi con un bastone. Gioca con la Polha Varese come centro. Il suo numero di maglia è il 27, l’ha scelto perché è il giorno del suo compleanno. È stecca destra, ma si sta impegnando per migliorare anche i tiri con la sinistra.
Gioca a para ice Hockey dal 2014, è in nazionale dal 2016, ed è uno dei più giovani della squadra. Prima faceva nuoto, sempre con la Polha Varese. Quando ha iniziato a giocare a para ice hockey, per un periodo ha continuato a praticare nuoto: poi si è dedicato solo allo sledge. Alle medie giocava anche a ping pong, ed ha partecipato a diversi campionati provinciali. Poi ha smesso per fare nuoto, a livello agonistico. Finché ha trovato l’Armata Brancaleone del para ice hockey, e da allora si è dedicato solo alla sua passione, l’hockey.

Da dove viene la tua passione per l’hockey?
Mi è stata trasmessa in famiglia. Mio fratello Marco ha giocato per 23 anni nei Mastini di Varese. Poi ha smesso, dopo che i Mastini sono venuti a Milano ad allenarsi. Sarebbe stato troppo impegnativo per lui.
Purtroppo non sono mai riuscito a giocare ad hockey standing, ho provato a pattinare in piedi ma non ci sono riuscito. Prima dello sledge, il mio massimo di hockey che ho potuto giocare è stato con la stecca ed una pallina da tennis. Facevo il portiere col bastone e i cappellini come pinza, poi ho avuto modo di usare anche i guantoni da baseball.
Che cos’è per te lo sledge hockey?
Soprattutto negli ultimi due anni, causa anche pandemia, è un momento di sfogo. Metti da parte tutti i pensieri e ti dedichi a qualcosa che ami. Sul ghiaccio, al freddo, con persone che possono farti male, ma lo fai. Perché ti piace farlo.
Che esperienza è stato il torneo di Berlino?
È stato il più bello: perché noi giovani abbiamo avuto una maggior importanza e peso nelle dinamiche della squadra, sia dentro che fuori dal campo. Ci siamo davvero divertiti. Prima di essere un gruppo, siamo tutti amici.
Che cosa ti aspetti da Pechino?
Personalmente sono un po’ spaventato perché il mese scorso ho avuto il Covid 19, e quindi non sono al massimo della forma. Sono stato fermo per un po’, però darò il massimo lo stesso. Come squadra vorrei superare il girone, ed arrivare nelle prime due, ma dobbiamo vincere la prima partita contro la Repubblica Ceca.
Perché se vincessimo contro i cechi, saremmo più vicini alla qualificazione. Gli slovacchi abbiamo dimostrato che possiamo batterli. La Cina sarà la sorpresa del torneo: ha vinto il mondiale gruppo B e poi gioca in casa. Spero di non dover arrivare a quella partita dovendomi giocare la qualificazione.

È la tua seconda paralimpiade?
Sì esatto, la prima è stata nel 2018 a Pyongchang. Spero di esserci per Milano Cortina e poter giocare davanti al pubblico. In Korea giocammo davanti a 6/7000 persone, con un pubblico molto caloroso, mentre a Pechino non ci saranno gli spettatori purtroppo.
La Paralimpiade di Pyongchang è stato il momento, finora, più emozionante della mia vita. A partire dalla cerimonia di apertura in cui abbiamo sfilato davanti a migliaia di persone: sapendo che verrai visto da milioni di persone, e che sfili in un gruppo che rappresenta un’intera nazione, è stato molto emozionante. Giocare in quest’occasione poi non è come disputare un europeo: senti un’altra responsabilità.
Come potrebbe crescere il movimento di para ice hockey in vista dell’Olimpiade di Milano Cortina?
È brutto dirlo ma servirebbe rendere il movimento almeno semi professionistico, se non professionistico. Perché da tre stagioni spendiamo tanti soldi, sia come singoli che come società. La spesa economica incide molto. Se ci fosse la possibilità di renderci autonomi ci sarebbero più possibilità. Soprattutto se le nostre società avessero agevolazioni sulle ore ghiaccio, per portare i giocatori ad allenarsi di più. Essendo uno sport minore il budget però è sempre strettissimo.
Qual è stato il tuo primo goal?
Il mio primo goal è stato in una competizione non ufficiale: fino a due anni fa si organizzava sempre il torneo di Torino. Io segnai alla Korea in quell’occasione, era l’11 dicembre del 2015. Me lo ricordo perché è stato quasi fortuito: eravamo nel punto d’ingaggio destro. Il koreano vince l’ingaggio su Ciaz, il nostro storico capitano, e manda indietro il disco. Io sono riuscito a scappare dall’ingaggio e sono arrivato un secondo prima che il portiere lo fermasse, toccando il disco, ed ho segnato.
Hai trovato la tua esultanza dopo il goal?
Dopo tanto tempo l’ho trovata, ma ancora non l’ho mai fatta sul ghiaccio perché me la sono sempre dimenticata. Giro la stecca e faccio finta di sparare ad un mio compagno.

Che ricordo hai di Ciaz?
I primi anni ci ho giocato insieme, poi è stato male e ci ha iniziato a seguire come Team Leader. Siamo stati a Pyoungchang insieme. Ciaz era una persona molto solare, riusciva a metterci tutti insieme. Quando ho iniziato a far parte del gruppo, ero all’inizio e facevo fatica a sentirmi parte di esso, lui mi ha dato una grande mano. Mi ricordo che, durante le trasferte, eravamo sempre intorno a lui: ci raccontava le barzellette, anche se non me le ricordo più, ci faceva ridere e ci faceva stare bene insieme.
Oltre ad essere il fondatore del movimento di para ice hockey in Italia, è stato un fondamentale promotore di questo sport. Il fatto che a Sochi abbia portato la bandiera, credo sia un esempio di tutto il movimento paralimpico.
So che tu sei il più bravo a raccontare del perché vi chiamate Dahu…
Questo è un altro ricordo bellissimo che ho di Ciaz. È un’altra delle sue storie…Ci raccontava, sempre in maniera scherzosa, di questo animale, simile ad uno stambecco, che paragonava a noi e soprattutto a me visto il modo in cui cammino, che correva intorno ad una montagna solo in un senso, perché aveva una zampa più corta dell’altra.
Ad un certo punto il Dahu si spaventa a causa di un rumore forte, Ciaz faceva un rumore forte, e comincia a correre nel senso opposto al suo e cade dal burrone. E questo ci faceva ridere tutti quanti. Da quel momento abbiamo deciso di chiamarci così.
Il tuo sogno?
Il mio sogno era di fare una paralimpiade e ci sono riuscito. Ora è di arrivare a Milano Cortina 2026. Anche se il mio sogno più grande è quello di vincere una medaglia alle Paralimpiadi.
Ti è mai capitato che qualcuno chiedesse il tuo numero?
No mai. Il discorso del numerò però è molto interessante. Chissà perché ma ci sentiamo più rappresentati dal numero che dal cognome sulla maglia. Anche quest’anno coi Western io ho preso il 27, anche se non c’era il mio cognome. Ammetto che però mi dà fastidio quando vedo che vengono presi numeri dal 20 al 30. Prima eravamo tanti con quei numeri. Per un po’ ho pensato di prendere il 97, per far vedere che ero uno dei più giovani. Poi ho desistito.
Hai qualche gesto scaramantico di vestizione?
Così no. L’ultima cosa che faccio però è quella, prima di ogni partita, che sia nazionale, Armata Brancaleone o Wester, di mettermi la maglia da gioco. Prima di indossarla, la prendo davanti a me, la apro col numero davanti. E poi penso: non so però dirti a cosa penso…è un momento di concentrazione.
Quando è la maglia della nazionale è molto più emozionante, perché so che rappresenterò tutta la nazione. Per me è un orgoglio poter indossare il tricolore.
Qual è la tua caratteristica sul ghiaccio?
Essendo piccolo e leggero una delle mie peculiarità è la velocità…
Sono indeciso se chiamarti pistolero, per l’esultanza, o giaguaro, vista la velocità…
Ti direi il giaguaro perché mi piacciono molto i felini ed ho pure un anello con raffigurato una testa di giaguaro.
Alessandro Andreoni, cuore mastino, giaguaro sul ghiaccio!



