Una vita tra i pali: intervista a Federico Stagi
Ho avuto il piacere di sentire per un’intervista il portiere Federico Stagi, ex giocatore di hockey su pista. Classe 1974, nella sua carriera ha giocato per il Forte, Prato, Viareggio e Sarzana, per poi tornare di nuovo al Forte dove ha chiuso la sua attività agonistica all’età di 44 anni. È stato anche portiere della nazionale italiana, militando in azzurro dal 2003 al 2006.
In carriera ha vinto tre campionati italiani, una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane. Tutte con l’Hockey Forte, la squadra della sua città. Con la nazionale ha vinto una medaglia d’argento con l’U16 ed una con l’U19. È poi arrivato due volte al quarto posto ai Campionati del Mondo di San Jose in California ed agli Europei di Monza del 2006.

Quando hai iniziato a giocare?
Quando ho iniziato era il primo sport in Paese, c’era la squadra in Serie A, una squadra abbastanza forte, era l’82. Nell’84-85 ci fu la squadra che arrivò seconda in campionato, c’erano Cupisti, Crudeli, Cinquini, Jaime e Moreta. Quindi in Paese da noi era uno sport abbastanza conosciuto. Il mio insegnante di educazione fisica alle elementari era Alessandro Barsi, che era giocatore di hockey. Quindi con tanti miei compagni di classe abbiamo iniziato a giocare ad hockey.
Come mai hai scelto di fare il portiere?
L’ho scelto perché il portiere del Forte dei Marmi all’epoca era Cupisti, che era l’idolo della tifoseria, poi forse vedendolo vestito diverso dagli altri, non lo so. Però mi ricordo che quando eravamo piccolini volevamo tutti fare il portiere, poi alla fine lo feci solo io. Quando parlavamo dicevano tutti “voglio fare il portiere”. Poi l’unico ad andare veramente in porta fui io.
La mattina c’avevamo la lezione di ginnastica con Ale Barsi, che era anche l’allenatore dell’hockey, ed un giorno li dissi: “voglio fare il portiere”, e lui mi disse “stasera ti metto in porta”. Mi misero la roba da portiere e io non ho nemmeno mai provato a giocare davanti. Io sapevo appena pattinare che mi hanno messo in porta. Ho chiesto di essere messo in porta.
Quindi un avvicinamento dovuto a una grande tradizione. Secondo te si è persa questa tradizione?
No, in paese l’hockey è stato comunque sempre seguito. Anche nei momenti bui, quando la squadra era in difficoltà, ed eravamo in serie B: magari la gente non veniva al palazzetto, ma era comunque informata su quello che succedeva alla squadra. Poi il paese si è un po’ svuotato e quindi ci sono meno fortemarmini rispetto agli anni Ottanta. Negli anni Ottanta il paese era un paese molto più abitato, quindi essendoci molta più gente, c’erano più persone che venivano al palazzetto.
Però lo svuotamento del palazzetto in generale è una cosa, non so, dovuta a cosa, ma è un po’ generalizzata. Però ti ripeto, almeno qui a Forte dei Marmi, anche se la gente non viene al palazzetto, sa cosa fa la squadra.

Quello dei palazzetti che hanno meno gente è una cosa che purtroppo mi sento ripetere abbastanza spesso: nel senso che vedendo anche le vecchie immagini delle partite degli anni Ottanta e Novanta, effettivamente vedi che c’era molta più gente.
Sì, più Ottanta che Novanta: perché io ho iniziato presto a giocare. Negli anni Novanta già giocavo e non è che c’erano tante persone nei palazzetti. Però non so, forse è cambiata la società in generale, quindi ci sono molte più cose da fare, forse, piuttosto che venire al palazzetto.
Tra le varie squadre in cui hai giocato, hai un’esperienza a cui sei particolarmente legato?
No, tutte in realtà. Io mi sono trovato bene da tutte le parti, soprattutto a livello umano, al di là dei risultati che ho avuto con le varie squadre. Ho bei ricordi in tutte le società in cui ho giocato. Soprattutto ricordi di amicizie fatte con le persone conosciute a Prato, Viareggio, Sarzana. Mi sono trovato bene con tutti e ho buoni rapporti con tutti ancora.
Hai scelto di fare portiere perché ti piaceva molto Cupisti. Ti sei ispirato a qualcuno per quello che riguarda lo stile e il modo di parare? Oppure hai preso Cupisti come modello?
Soprattutto verso la fine della carriera avevo un modo sicuramente diverso dagli altri portieri di parare ma perché io ero più vecchio e molto probabilmente più legato al modo di parare che si usava negli anni 80-90. Quindi un modo molto più statico. Io difficilmente andavo a terra o mi tuffavo, insomma era tutto un altro modo di parare.
Stavo sempre molto concentrato su me stesso, cioè non guardavo gli altri. Mi rendevo conto che tutte le volte che tiravano da un lato io prendevo gol. In quella situazione cercavo una soluzione mia per non prendere più il gol, per migliorarmi. Non è che non ho mai guardato più di tanto gli altri, mi sono sempre molto concentrato su me stesso e di trovare “il mio modo” per risolvere un problema, diciamo così.
Sicuramente, il mio stile era molto più simile a quello dei “vari Cupisti”, con tutte le differenze del caso. Perché quando ho iniziato a giocare si parava così. Se adesso guardi i portieri come Gnata, hanno uno stile che è molto più simile a quello che era dei portieri spagnoli. Molto più atletico, molto più aggressivo. Gli spagnoli infatti avevano un altro modo di stare in porta. Questo perché cambiano i tempi e cambia lo stile.

Quanto si è evoluto il ruolo nel portiere nel corso degli anni? anche solo in base alla tua esperienza da giocatore…
È cambiato molto. Io ero un portiere che parava veramente in modo molto diverso. Difficilmente andavo a terra. Adesso è molto più aggressivo, molto più fisico. I portieri escono di più dalla porta perché quasi tutti hanno molta forza fisica, e poi rientrano velocemente in porta. Quando vedo però i filmati dei nuovi portieri, gli vedo fare delle parate incredibili e poi prendere dei gol, troppi gol che non si dovrebbero prendere.
Perché essendo adesso un ruolo così aggressivo spesso vanno ad anticipare il passaggio, vanno ad anticipare il tiro. Ma se l’attaccante è bravo e vede che ti muovi prima ti fa gol. Tante volte basta rimanere fermo e la palla gli sarebbe picchiata addosso al portiere. Essendo un ruolo diventato molto più aggressivo e molto più fisico, si muovono di più, e l’attaccante bravo ogni tanto li frega.
Rispetto agli anni 80 e 90, l’hockey si è velocizzato tantissimo. I ritmi sono cresciuti tanto e quindi tutti sanno attaccare. Una volta c’erano giocatori che un portiere non vedeva mai perché giocavano solo in difesa, adesso non è così.
Hai qualche partita che ti ricordi in maniera particolare?
Mi ricordo il primo scudetto, la vittoria del primo scudetto: la finale di gara 3 di Valdagno. Anche la gara 4 dell’ultimo scudetto, quello a Lodi. Ad un minuto e mezzo dalla fine della partita stavamo perdendo lo scudetto e in un minuto e mezzo abbiamo ribaltato la partita e poi vinto la gara 5 in casa, vincendo così lo scudetto.
Mi ricordo con piacere la prima partita giocata a Sarzana. Vincemmo noi, squadra additata da tutti come già retrocessa alla partenza. La prima partita fu con il Lodi, che erano una delle squadre più forti, e vincemmo in casa. Poi dopo 5 partite eravamo secondi in classifica, quindi partimmo col botto.
E poi le semifinali con il Novara, fatte a Forte dei Marmi, forse nel 2002. Noi eravamo una squadra di ragazzi, tutti qua di Forte dei Marmi, una squadra soprattutto di amici. Si stava insieme tutto il giorno, e poi la sera ci ritrovavamo di nuovo ad allenarci. Altro ricordo è la semifinale di coppa C.E.R.S. persa ai rigori con il Noya, che è forse il mio grande rimpianto hockeistico: quella coppa avremmo potuto e dovuto vincerla. E la semifinale di Champions League persa 3-2 contro l’Oliverense.
Ho fatto un europeo e un mondiale, non sono andati proprio come avremmo sperato. Due quarti posti. Però ricordo bene l’emozione dell’esordio negli Stati Uniti. Diciamo che c’è anche un po’ di amarezza per non aver mai vinto una medaglia con la nazionale senior.

Che consigli daresti a un giovane che vuole fare il portiere?
Che è un ruolo bello impegnativo: nel senso che ci vuole tanta forza soprattutto mentale. Ci vuole pazienza, bisogna star calmi. Bisogna avere la forza mentale, dì più che negli altri ruoli, di giocare una pallina alla volta. Di scordarsi di quella che è stata la pallina di prima e pensare a quella dopo. Ogni volta giocare il momento presente.
A settembre ci saranno i World Skate Games? Quanto sarà importante per il movimento hockeistico italiano questa manifestazione?
Spero che in qualche modo lo sia. Onestamente non saprei nemmeno dirti. Perché ci sono già state diverse manifestazioni. Anch’io, un europeo, lo giocai in Italia. Però poi dopo i frutti non ne sono mai stati raccolti. Quindi non so quanto possa un singolo evento cambiare il destino di una disciplina.
Poi se si vincesse, benvenga. I ragazzi sarebbero contenti. Credo che ci sia ancora da lavorare. Non so nemmeno bene io come, perché non ci sono molto dentro. Io ormai sono solo uno spettatore.



