Hockey femminile: Alice Gasperini, un’avventura tra i ghiacci
Un’avventura tra ghiaccio, vento e nuove sfide: abbiamo intervistato Alice Gasperini, attaccante trentina e prima giocatrice italiana a militare nel campionato islandese, dove ha indossato la maglia dello Skautafélag Reykjavíkur. In soli 8 match, ha saputo lasciare il segno con 5 gol e 5 assist, contribuendo in modo determinante all’ottimo cammino della sua squadra. Ma oltre ai numeri, il suo viaggio ha rappresentato un’immersione totale in una cultura nuova, tra paesaggi mozzafiato, ore di luce contate e tanto entusiasmo per l’hockey femminile. Le abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso, tra ghiaccio e cuore.

Quali sono state le tue prime impressioni quando sei arrivata? Dal clima alla cultura sportiva.
Il primo impatto è stato abbastanza significativo. Mi sono trasferita in Islanda verso metà novembre, quindi in pieno inverno: il giorno dura circa 4 o 5 ore, per il resto è buio. Per chi, come noi, viene da zone molto soleggiate, abituarsi è un po’ impegnativo. Inoltre, essendo un’isola a sud del Circolo Polare Artico, nel cuore dell’Oceano Atlantico, il clima è molto ventoso e umido.
Fortunatamente, dopo circa un mese mi sono abituata, grazie al lavoro, all’hockey e anche alle uscite nel tempo libero, che pianificavo in base alle ore di luce e al meteo. Ho giocato nella squadra femminile dello Skautafélag Reykjavíkur. Per quanto ho potuto vedere, il livello di gioco è simile a quello italiano. L’hockey femminile in Islanda è una realtà ancora piccola ma in crescita. Le squadre sono poche, anche per via della bassa densità abitativa dell’isola, con la maggior parte della popolazione concentrata nella capitale. Le società che partecipano al campionato, però, sono molto motivate a promuovere questo sport anche a livello femminile. Ho trovato molta disponibilità ed entusiasmo nel favorire lo sviluppo del movimento.
Com’è stato l’ambiente nella squadra islandese? Ti sei sentita accolta fin da subito?
Con la squadra e lo staff ho avuto un impatto molto positivo. Sono stata accolta come una di loro già dal primo allenamento, e tutti sono stati molto disponibili nell’aiutarmi, sia nel trasferimento che nell’organizzazione della mia vita quotidiana in Islanda. Anche al di fuori dell’ambiente hockeystico, le persone si sono dimostrate sempre gentili e pronte ad aiutarmi.

Cosa distingue, secondo te, l’hockey islandese da quello italiano o da altri paesi dove hai giocato?
Credo che in Islanda, essendo una realtà giovane dal punto di vista hockeystico e con pochi giocatori, si stia facendo un ottimo lavoro nel promuovere questo sport, soprattutto tra i giovani, senza distinzioni di genere. C’è tanto entusiasmo e voglia di crescere, anche a livello internazionale.
Hai trovato differenze nel modo di allenarsi o nella preparazione fisica?
Sì, gli allenamenti si svolgono quattro volte a settimana, sia sul ghiaccio che a secco, e sono molto impegnativi. Gli allenatori propongono sessioni intense che coprono tutti gli aspetti del gioco. L’approccio è molto professionale.
C’è una partita o un momento particolare della stagione che ti porterai nel cuore?
Non c’è un momento specifico, ma porterò nel cuore tutto il periodo trascorso con la mia squadra islandese: le amicizie, la disponibilità nel farmi sentire parte del gruppo fin dal primo giorno. È stata un’esperienza indimenticabile, che mi ha dato tanto sia dal punto di vista sportivo che umano.

Fuori dal ghiaccio: com’è stata la tua vita quotidiana in Islanda? Hai avuto tempo per viaggiare o conoscere meglio l’isola?
All’inizio non ho potuto viaggiare molto: oltre a giocare, ho iniziato subito a lavorare, quindi il tempo libero era poco. Inoltre, durante l’inverno le ore di luce e le giornate di bel tempo sono davvero limitate. Alla fine della stagione, però, sono riuscita a spostarmi un po’ e a visitare meglio l’isola. È stato emozionante.
Hai imparato un po’ di islandese o hai trovato difficoltà linguistiche o culturali?
L’islandese è una lingua particolarmente difficile, quindi non sono riuscita a impararlo, se non qualche parola. Però non ho avuto problemi a comunicare, perché tutti parlano inglese. Le persone islandesi sono molto disponibili, rispettose e aperte anche verso chi viene da altri Paesi.
Cosa ti ha insegnato questa esperienza dal punto di vista personale e sportivo?
Credo che esperienze come questa ti permettano di conoscere altre realtà e modi di vivere diversi dal tuo, e ti insegnino il rispetto e l’empatia verso gli altri. È una crescita sia come persona che come atleta.
Torneresti a giocare in Islanda o consiglieresti questa esperienza ad altre giocatrici italiane? Perché?
Tornerei sicuramente in Islanda. Il clima in inverno è tosto, ma l’esperienza è davvero formativa. Per motivi lavorativi, al momento non potrò farlo, ma consiglio assolutamente ad altre giocatrici di viverla. Confrontarsi con realtà diverse è un’occasione unica per crescere, sia nello sport che nella vita.




