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Da Brunico al Nord America: Intervista al portiere Lorenzo Frigerio

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Da Brunico al Nord America: Intervista al portiere Lorenzo Frigerio

Partito da Brunico il portiere 20enne Lorenzo Frigerio è andato a fare un’esperienza all’estero prima in Canada e poi negli Stati Uniti d’America. Ha iniziato a giocare nelle giovanili di Asiago per poi trasferirsi a Brunico dove ha disputato diverse stagioni con il Val Pusteria Junior. Poi la partenza per il Canada, dove ha militato nei Wasaga River Dragons, squadra di GMHL. Quest’anno, coi Palm Beach Typhoon, squadra che milita nel campionato USPHL Premier, è stato nominato per due volte “Best Player of the Week”. Lo abbiamo contattato per un’intervista.

Ti ho seguito un po’ durante il corso della stagione e intanto complimenti per i due “Best Player of the Week”, che immagino siano stati una bella soddisfazione per te.

Decisamente sì, soprattutto all’inizio della stagione tutto è iniziato bene e i risultati sono arrivati. È un ricordo che mi porterò avanti.

Da Brunico al Nord America: Intervista al portiere Lorenzo Frigerio
Foto di Palm Beach Typhoon

Un commento sulla stagione a Palm Beach: come è andata?

Sicuramente me la porterò sempre dentro. Purtroppo una stagione un po’ di alti e bassi, però fa parte del gioco, insomma, quindi non sempre si può giocare con le squadre migliori, specialmente in una Lega così vasta, perché sono più o meno 80 squadre in tutta la Lega. Ogni tanto bisogna anche avere un po’ un colpo di fortuna per giocare nelle squadre più forti. Però comunque, indubbiamente, ho avuto tanto spazio di crescita, ho giocato tanto, tanti risultati comunque sono arrivati, quindi non posso lamentarmi.

Come livello, che campionato è rispetto alla stagione precedente che avevi fatto in Canada?

Come livello direi che più o meno si equivalgono. È strutturato completamente in un modo diverso, però, perché appunto mentre giocavo in Canada era una Lega molto più piccola, quindi era strutturato un po’ sullo stile dei nostri campionati, come lo stile europeo: due gironi, poi Master Round, Play-Off.

Invece qui, essendo un campionato così vasto, è strutturato completamente in un modo diverso: praticamente giochi sempre contro la tua divisione, quindi affronti più o meno le solite cinque, sei squadre per tutta la fase della Regular Season. Poi, al momento in cui arriva il Play-Off, inizi a incontrare anche tutte le squadre delle altre divisioni. È un po’ strutturato come i campionati professionistici americani, in poche parole. 

Quindi fate la regular season nella vostra divisione e poi incontrate le altre ai playoff?

Esatto, nel caso che vinci la divisione, appunto, poi affronti le altre squadre durante il Play-Off.

So che vi siete qualificati ai playoff.

Esatto, sì, sempre della divisione e, appunto, se fossimo riusciti a vincere quelli, poi saremmo andati ad affrontare le altre, perché, appunto, prima devi diventare campione della tua divisione e poi puoi eccellere a diventare, diciamo, campione nazionale. 

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Foto di Wasaga River Dragons

Rispetto alla tua esperienza a Brunico, quali differenze hai notato in Nord America?

Cambia più o meno tutto, però differenze sostanziali, secondo me l’intensità di gioco, la pressione che ti ritrovi ad avere sia durante le partite, allenamenti, allenamenti a secco. Comunque lì è puntato tutto sulla competizione. Quindi se non dai 100% di giorno in giorno non riesci a stare al passo con gli altri giocatori, hai il rischio di essere mandato a casa, hai il rischio di essere ceduto ad altre squadre, cambiare leghe. Quindi, comunque, il livello di pressione psicologica è il doppio rispetto a quello che si trova a giocare in campionati qui italiani. Le partite sono tante, allenamenti, sei sempre in giro.

Invece qui, alla fine, è molto strutturato in un modo più tranquillo, poi, logicamente, è anche uno sport un po’ meno seguito rispetto al suolo americano. Però lì, appunto, differenze sostanziali, secondo me, sono quelle: la pressione, tante partite e non sei mai fermo, comunque, allenamento tutti i giorni, 2-3 partite a settimana. Quindi, è proprio strutturato come se fosse un campionato di professionisti.

Il salto dal Val Pusteria al Canada com’è stato?

Inaspettato, perché io in quel momento mi stavo ritrovando a parlare per andare a giocare con la HCP Selection, quella che adesso è in IHL Division 1. Mentre stavo parlando con loro, dal nulla è arrivata una chiamata sul telefono con la proposta, appunto, di andare a giocare in Canada tramite un’accademia di portieri che si trova in Repubblica Ceca, che mi seguivano da un po’ di anni, conosciamo il menatore lì. Tramite lui è arrivata questa offerta, e quindi poi là mi sono ritrovato a scegliere di tentare il tutto per tutto oppure di rimanere qui e iniziare l’esperienza da professionista in Division 1. Però poi, dopo un po’ di giorni, ho detto: “ma sì, proviamo il tutto per tutto e partiamo, vediamo come va”, e alla fine poi sono riuscito a rimanere questi due annetti. 

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Foto di Wasaga River Dragons

In Canada era già professionismo?

No, sempre giovanile. Sempre queste leghe junior, che appunto vengono chiamate i junior, che sono, diciamo, delle leghe di mezzo tra i settori giovanili, tipo under 16, under 18, e poi gli step successivi, che sarebbero appunto o andare a giocare college, università, oppure fare il salto direttamente ai professionisti.

Prendono questi quattro anni di mezzo, diciamo, dai 16 ai 20 anni, per appunto riuscire a portarti a quel livello superiore. Lì vengono chiamati junior, che però sono comunque una cosa distaccata, diciamo, dalle giovanili, però allo stesso tempo sono distaccate da professionisti oppure college, università e tutto.

Cosa ti porti dietro dalla stagione a Palm Beach?

La cosa più grande, secondo me, è stata la crescita mentale, perché appunto quest’anno, avendo giocato tanto, mi sono ritrovato sotto pressione in più di una situazione. E anche l’aspetto comunque di essere una persona che riesce ad amalgamare la squadra. Comunque mi sono ritrovato ad essere uno dei più grandi, quindi un esempio anche per i più piccoli. Perciò tante cose. Diciamo, quello che mi porta di più è la crescita mentale e comunque maturare, sia come persona che anche come giocatore.

Com’è stato vivere due anni lontano da casa?

All’inizio, quando sono arrivato in Canada, è stato difficile. Comunque prima esperienza da solo, come hai detto anche te, lontano, perché ero dall’altra parte del mondo. I primi 2-3 mesi sicuro la mancanza di casa si sentiva: perché è un’esperienza nuova, ti ritrovi da solo in un mondo sconosciuto, sia a livello di vita e anche a livello hockeistico.

Però dopo un po’ ci fai l’abitudine, capisci che è diventato il tuo nuovo percorso, ti adegui, stili di vita e tutto. Adesso, a distanza di due anni, posso dire che è stata una delle scelte migliori che ho fatto: sia a livello hockeistico che anche come esperienza personale, qualcosa che mi porterò sempre dentro. 

Da Brunico al Nord America: Intervista al portiere Lorenzo Frigerio
Foto di Palm Beach Typhoon

Come mai hai scelto di fare il portiere?

Non c’è una ragione, anche io me lo sono sempre chiesto. Da quando ero piccolino in casa, che avevo uno o due anni, avevo proprio la fissa in testa. Magari c’era mio papà lì e chiedevo di giocare sul divano, quindi come portiere. Mi hanno fatto dei gambali di gomma piuma e io mi mettevo davanti al divano, mi mettevo a parare i dischi che tirava mio papà o mio fratello. Sono cresciuto con la passione di diventare portiere dal primo giorno, infatti anche la prima volta che ho messo i pattini, comunque è sempre stato come portiere, mai provato altri ruoli, proprio passione nata con me.

Pensando al futuro, resterai in America?

Diciamo che è variabile, è una bella domanda. Adesso ho appena finito la stagione quindi un po’ di riposo me lo prendo. Pian piano un paio di offerte stanno arrivando, quindi bisognerà valutare poi, nel senso l’offerta migliore sarà quella che prenderò. 

Come ti prepari alla nuova stagione?

Alla stagione nuova mi preparo con tanto condizionamento atletico, quindi che sia la palestra, andare a correre o andare in bicicletta, qualcosa così. Anche perché comunque il posto (Brunico) in cui vivo mi offre la possibilità di fare tanti giri, che sia di corsa, o in bicicletta.

E poi verso metà luglio, inizio agosto, si torna sul ghiaccio, pian piano si riprende il movimento, tutte le piccole cose. Però, quindi, adesso diciamo due o tre settimane di pausa me le sono prese completamente e poi adesso con l’inizio di aprile tornerò pian piano a fare tutte le solite cose.

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Foto di Palm Beach Typhoon

Che consiglio daresti a un giovane portiere italiano che vuole fare un’esperienza simile?

Sicuramente che se ci fosse la possibilità di accettarla. Perché secondo me è veramente un’esperienza così che ti cambia sia come giocatore che come persona e ti apre tante possibilità. Ti fa crescere: il livello diventa molto più competitivo, sei sempre sotto pressione e hai tanta possibilità di crescita. Non sembra però magari qui vedi quei 15-20 tiri a partita e riesci a fare una buona partita.

Lì io quest’anno ho aperto il campionato con la prima partita in casa e subito ho visto 62 tiri alla prima partita. Infatti ho detto cavolo se è così tutta la stagione sarà veramente difficile e infatti poi si è rivelata così per tutta la stagione. Però poi l’ho visto anch’io a livello personale, ti prepara in tutt’altro modo appunto: come ti condizionano le partite e tutto è veramente un grande aiuto. Infatti avessi avuto la possibilità di partire prima l’avrei fatto senza pensieri soprattutto adesso che l’ho vissuto per due anni. 

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