Intervista a Fabio Labia, candidato alla Presidenza della FISG per il quadriennio 2026-2030
Ho avuto il piacere di fare un’intervista a Fabio Labia, candidato alla Presidenza della FISG per il quadriennio 2026-2030, in vista delle elezioni presidenziali che si terranno a Bolzano il 25 luglio.
Chi è lei e perché si candida?
Sono Fabio Labia, sono nato nel 1970 e da oltre trentacinque anni opero come imprenditore nel settore immobiliare. Sono nel ghiaccio da circa 14 anni prima con mia figlia e il pattinaggio artistico e poi con la Colosseum Cup hockey club associazione nata per l’organizzazione di tornei internazionali come appunto la Colosseum Cup di Roma ormai alla 9na edizione, il torneo 6 Nazioni Amatoriale, la Christmas Cup o il trofeo Ice Guardians, successivamente, sette anni fa ho fondato la International Hockey School con un obiettivo semplice ma ambizioso: portare nello sport giovanile italiano competenze, metodologie e allenatori di livello internazionale.
L’hockey è stato il punto di partenza, ma i valori sui quali abbiamo costruito la nostra esperienza — accessibilità, qualità della formazione e sviluppo complessivo del giovane atleta — appartengono a tutte le discipline del ghiaccio. È con questa visione che mi candido alla presidenza della FISG.
In questi sette anni abbiamo costruito qualcosa di concreto. Ogni stagione accogliamo tra i 450 e i 500 giovani atleti; circa il 40% arriva dall’estero e più dell’80% torna negli anni successivi. Lavoriamo con allenatori professionisti cechi, nordamericani, Lituani, Lettoni Bielorussi e Canadesi, organizziamo esperienze formative in diversi Paesi e offriamo opportunità gratuite ad atleti segnalati dai tecnici che collaborano con noi e che, altrimenti, non potrebbero accedere a programmi di questo livello.
Siamo attivi in Italia, Svizzera e Belgio e collaboriamo da diversi anni con la federazione portoghese degli sport invernali, che affida alla nostra scuola parte della preparazione dei propri giovani. Alcuni ragazzi che hanno iniziato con noi sette anni fa oggi fanno parte del nostro gruppo di lavoro: per me è uno dei risultati più belli, perché dimostra che abbiamo costruito non soltanto un programma tecnico, ma anche un ambiente capace di creare appartenenza e opportunità.
Mi candido perché penso che questa esperienza possa essere messa al servizio dell’intero movimento. Non per cancellare ciò che è stato fatto, ma per valorizzare ciò che funziona e migliorare ciò che ancora non funziona come dovrebbe.
Porto una mentalità imprenditoriale: studiare i problemi, definire le priorità, individuare le persone migliori, cercare le risorse, controllare i risultati e assumersi la responsabilità delle decisioni. Non prometto miracoli. Prometto metodo, dedizione e la volontà di costruire una Federazione che sia un vero punto di riferimento per gli atleti, le società e tutte le discipline del ghiaccio.

La sua idea di Federazione?
La mia idea è quella di una Federazione che venga realmente percepita come una famiglia, come un punto di ritrovo dove sentirsi al sicuro e dove, ogni membro che rappresenti una disciplina, possa sentirsi a casa, essere rappresentato ed aiutato .
Nella International Hockey School abbiamo costruito un ambiente nel quale atleti, tecnici, famiglie e collaboratori si sentono parte di una stessa comunità. In una famiglia ci si confronta, si ascoltano i problemi e si cercano insieme le soluzioni. Non sempre tutto può essere risolto immediatamente, ma nessuno deve avere la sensazione di essere ignorato o lasciato solo.
Vorrei portare questo metodo nella FISG. Una Federazione nella quale le società possano parlare, essere ascoltate e comprendere le ragioni delle decisioni. Quando le persone si sentono rispettate e vedono che esiste un impegno reale per affrontare i loro problemi, aumenta la fiducia e cresce tutto il movimento.
La FISG non deve limitarsi a gestire calendari, tesseramenti e attività agonistica. Deve creare le condizioni per lo sviluppo: favorire l’accesso agli impianti, promuovere la realizzazione di nuove strutture, cercare fondi in Italia e in Europa, dialogare con le istituzioni, coinvolgere investitori privati e costruire una strategia moderna per la visibilità degli sport del ghiaccio.
FISG TV è uno strumento positivo, ma si rivolge soprattutto a chi appartiene già al nostro ambiente. Dobbiamo raggiungere anche chi ama lo sport ma ancora non conosce le nostre discipline. Per questo è necessario lavorare con televisioni, piattaforme digitali, media locali e nazionali, cominciando anche da accordi di dimensioni contenute ma capaci di ampliare progressivamente il nostro pubblico.
Dobbiamo inoltre affrontare il tema della formazione tecnica. In Italia ci sono allenatori preparati e grandi ex atleti che hanno scelto di insegnare, ma non tutti i giovani hanno la possibilità di essere seguiti da tecnici di alto livello. La Federazione deve quindi costruire accordi con i Paesi che hanno una tradizione più avanzata, inviare periodicamente i nostri coach all’estero e portare in Italia competenze, metodologie e occasioni di aggiornamento.
La strategia deve essere nazionale, ma non può essere interamente centralizzata. I Comitati territoriali devono ricevere maggiori competenze e una reale capacità d’intervento. Questo consentirebbe di alleggerire il lavoro della struttura centrale, ridurre i tempi decisionali e rispondere più rapidamente alle esigenze locali. Alla Federazione spetterebbe il compito di indicare gli obiettivi comuni, verificare i risultati e controllare la correttezza e la trasparenza nell’utilizzo delle risorse.
Non cerco una Federazione perfetta, perché nessuna organizzazione lo è. Voglio però una Federazione efficiente, credibile e verificabile, nella quale ogni progetto abbia obiettivi, tempi, responsabili e risultati misurabili.
La mia è una visione decennale. Un quadriennio non è sufficiente per completare una trasformazione così profonda, ma può essere sufficiente per gettare fondamenta solide, avviare i progetti principali e costruire un metodo che anche le future governance possano riconoscere, apprezzare e portare avanti.
Quali sono i pilastri del programma?
I cinque pilastri non sono slogan separati, ma parti di un unico sistema. Ognuno è necessario per sostenere gli altri.
Il primo pilastro riguarda le infrastrutture. Senza piste accessibili, efficienti e distribuite sul territorio non può crescere nessuna disciplina. Dobbiamo riqualificare gli impianti esistenti, sostenere la progettazione di nuove strutture e cercare concretamente le risorse necessarie presso istituzioni nazionali, fondi europei e investitori privati.
Il secondo pilastro è la formazione tecnica. Allenatori più preparati significano atleti più preparati. Intendiamo costruire un sistema continuativo di aggiornamento, stringere accordi con federazioni straniere, inviare i tecnici italiani a formarsi nei Paesi più avanzati e portare regolarmente in Italia allenatori ed esperti internazionali. Non partiamo da zero: nel corso degli anni ho già costruito rapporti professionali che potranno rappresentare un primo punto di contatto.
Il terzo pilastro è lo sviluppo degli atleti. Il talento non può dipendere soltanto dalle possibilità economiche della famiglia. Servono borse di studio, contributi, scouting territoriale e un percorso chiaro che accompagni il giovane dall’attività di base fino alle rappresentative nazionali.
Personalmente, non mi candido per ottenere un compenso. Qualora fossi eletto, ho già verificato con uno dei revisori contabili la possibilità di rinunciare all’indennità presidenziale e destinare l’importo a un fondo per le borse di studio e per il sostegno degli atleti in difficoltà, mantenendo io solo i rimborsi spese per i viaggi.
Ho saputo che le atlete femminili che ci rappresenteranno a Bratislava hanno dovuto sostenere un costo di oltre 600 euro ciascuna per affrontare la trasferta, io penso che sia una cosa vergognosa questa. Il principio per me è molto chiaro: una convocazione in Nazionale deve rappresentare un riconoscimento e un’opportunità, non trasformarsi in un peso economico insostenibile per le famiglie. La Federazione deve lavorare affinché nessun giovane sia costretto a rinunciare per ragioni economiche.
Il quarto pilastro è scuola e comunità. Gli sport del ghiaccio devono uscire dai confini delle piste e incontrare bambini e ragazzi nelle scuole, nei Comuni e nei territori. La scuola è il principale strumento per ampliare la base e permettere a tutti di conoscere queste discipline, indipendentemente dalla provenienza geografica o dalla condizione economica.
Il quinto pilastro riguarda visibilità e risorse. Una Federazione poco visibile incontra maggiori difficoltà nell’attrarre pubblico, sponsor e investimenti. Dobbiamo raccontare meglio gli atleti, le società e tutte le discipline, costruendo allo stesso tempo una struttura professionale capace di intercettare risorse nazionali, europee e private.
Infrastrutture, formazione, sviluppo degli atleti, scuola e comunità, visibilità e risorse devono procedere insieme. Costruire un impianto senza avere tecnici, atleti e programmi scolastici non basta. Formare nuovi praticanti senza offrire loro spazi e sostegno economico non basta. La crescita nasce dall’integrazione di tutti questi elementi.
L’importanza dei centri federali e la creazione di nuovi impianti
I centri federali possono avere un ruolo fondamentale, ma dobbiamo chiarire che cosa intendiamo per centro federale.
Non deve necessariamente trattarsi di un edificio di proprietà della FISG. Può essere anche un impianto esistente, individuato attraverso criteri pubblici e riconosciuto come polo territoriale di riferimento per la formazione, i raduni, lo sviluppo degli atleti, l’aggiornamento degli allenatori e l’attività di più discipline.
Questo modello permetterebbe di creare una rete nazionale senza concentrare tutte le risorse in una sola struttura. I centri dovrebbero essere distribuiti in modo equilibrato, garantire standard tecnici verificabili, una disponibilità certa di ore ghiaccio e una gestione economicamente ed energeticamente sostenibile.
Parallelamente dobbiamo lavorare alla creazione di nuovi impianti. Sarebbe poco serio affermare che la FISG possa costruirli da sola: non dispone dei poteri amministrativi né delle risorse necessarie. La Federazione può però svolgere una funzione decisiva.
Può mappare le necessità territoriali, elaborare standard tecnici, predisporre modelli gestionali, presentare progetti credibili e diventare l’interlocutore qualificato di Comuni, Regioni, Governo, CONI, Sport e Salute e istituzioni europee.
Il programma prevede un Piano nazionale degli impianti e un’attività di consulenza tecnica a favore degli enti locali, anche per la ricerca dei finanziamenti. Non voglio promettere palazzetti senza sapere dove saranno costruiti, chi li finanzierà e come potranno sostenersi nel tempo.
Voglio portare ai tavoli istituzionali progetti completi: costo dell’investimento, consumi energetici, bacino d’utenza, ore disponibili, discipline praticabili, accessibilità e sostenibilità economica.
Un impianto non rappresenta una legacy soltanto perché viene inaugurato. Lo diventa quando, dopo dieci o vent’anni, continua a produrre sport, tesserati, inclusione e opportunità per il territorio.
Quanto è importante il ruolo delle grandi città per lo sviluppo del movimento?
Le grandi città sono fondamentali perché concentrano popolazione, scuole, università, imprese, media e potenziali sponsor. In una grande area urbana, anche una piccola percentuale di persone avvicinate agli sport del ghiaccio può tradursi in migliaia di nuovi praticanti e appassionati.
Le città metropolitane possono diventare una straordinaria porta d’accesso al movimento. Ma non devono trasformarsi in luoghi nei quali concentrare tutte le risorse federali.
Un impianto metropolitano dovrebbe lavorare con le scuole, accogliere più discipline, garantire fasce orarie dedicate all’attività giovanile e sostenere eventi, formazione e promozione. Non dovrebbe essere una struttura isolata né entrare in concorrenza con le società affiliate, ma diventare un’opportunità per loro.
La crescita delle grandi città deve procedere insieme al sostegno dei presidi più piccoli. Non possiamo pensare soltanto a Milano, Torino o Roma e dimenticare le realtà periferiche, montane o del Centro-Sud, dove spesso una sola pista rappresenta l’unica possibilità di praticare sport su ghiaccio per un territorio vastissimo.
La mia idea è quella di una rete nella quale le grandi città generino visibilità, pubblico, relazioni istituzionali e risorse, mentre i club territoriali trasformino quell’interesse in attività quotidiana, formazione e nuovi tesserati.
Non dobbiamo mettere il centro contro la periferia o i grandi impianti contro quelli più piccoli. Dobbiamo fare in modo che ogni struttura abbia una funzione all’interno di un progetto nazionale.
Non dobbiamo mettere il centro contro la periferia o i grandi impianti contro quelli più piccoli. Dobbiamo fare in modo che ogni struttura abbia una funzione all’interno di un progetto nazionale.
Tra quattro anni, quali risultati concreti vorrebbe che il movimento le riconoscesse come segno del successo del suo mandato?
Vorrei che il movimento potesse riconoscermi di avere trasformato una visione in un sistema concreto e verificabile.
Vorrei una Federazione nella quale un giovane sappia quale percorso può compiere; un allenatore possa accedere a una formazione continua; una società non venga lasciata sola davanti a un’emergenza impiantistica; ogni disciplina venga ascoltata e sostenuta sulla base delle proprie caratteristiche.
Il programma indica target precisi: nuovi impianti approvati, finanziati o in costruzione; 300 tecnici con certificazione aggiornata; più di 200 borse di studio; 600 scuole coinvolte; una crescita del 30% dei tesserati under 18; una maggiore copertura mediatica e almeno dieci club con sezioni paralimpiche attive.
Sono obiettivi ambiziosi e non tutti dipendono esclusivamente dalla volontà del presidente. La realizzazione di un impianto, per esempio, richiede finanziamenti, autorizzazioni, amministrazioni disponibili e tempi tecnici che la Federazione non può controllare interamente.
Per questo il lavoro dovrà essere valutato anche sulla capacità di produrre progetti seri, farli approvare, trovare i finanziamenti e avviare concretamente i cantieri. Non soltanto sul numero delle inaugurazioni.
Più dei singoli numeri, però, vorrei che dopo quattro anni il movimento potesse dire: la Federazione è più vicina alle società, ascolta maggiormente i territori, utilizza meglio le risorse, forma meglio i tecnici, offre più opportunità ai giovani e comunica pubblicamente i risultati del proprio lavoro.
Questo sarebbe il segno di un cambiamento reale.
Se avesse un minuto per rivolgersi agli appassionati, cosa direbbe?
Direi che non chiedo fiducia sulla base di uno slogan, ma sulla base di ciò che ho già dimostrato di saper costruire. In sette anni, insieme a tutto il mio staff, ho creato partendo da zero un progetto che ha formato centinaia di giovani, coinvolto tecnici internazionali, organizzato esperienze all’estero e sostenuto gratuitamente ragazzi che non avrebbero potuto permettersele.
Ogni anno riceviamo richieste da parte di allenatori italiani che vogliono lavorare con noi per confrontarsi e migliorare. Riceviamo inviti a portare i nostri programmi in altri Paesi. Abbiamo costruito qualcosa che oggi è conosciuto e apprezzato in una parte importante dell’Europa, e di questo sono profondamente orgoglioso.
Ora voglio mettere la stessa energia, lo stesso metodo e lo stesso senso di responsabilità al servizio di tutte le discipline della FISG.
Una Federazione non crea direttamente i campioni. Deve però creare le condizioni affinché le società possano lavorare con serenità, gli allenatori possano migliorare e i giovani talenti possano crescere senza essere frenati dalla mancanza di opportunità o dalle difficoltà economiche.
La mia non è una candidatura contro qualcuno. Quando ho iniziato questo percorso non conoscevo personalmente gli altri candidati e non avevo rapporti o contrapposizioni con loro. Mi sono candidato perché, studiando la situazione, ho maturato la convinzione che il movimento abbia bisogno di una visione nuova e di un metodo più operativo.
Voglio costruire qualcosa insieme a chi tiene vivo ogni giorno questo mondo: atleti, tecnici, dirigenti, volontari, genitori, società e appassionati.
Non sarò perfetto e non prometto risultati impossibili. Prometto però presenza, indipendenza, trasparenza e una dedizione totale.
Gli sport del ghiaccio italiani hanno già raggiunto risultati straordinari. Ora dobbiamo creare le condizioni per compiere un ulteriore salto di qualità e trasformare le nostre eccellenze in un progetto comune.
Qual è l’impegno preciso che si sente di prendere oggi davanti a tutto il movimento degli sport del ghiaccio italiani e che tra quattro anni anche Hockey Italia 21 potrà verificare?
Assumo innanzitutto l’impegno di rendere il mio mandato verificabile fin dall’inizio. Entro i primi cento giorni presenterò pubblicamente un piano operativo con priorità, responsabili, scadenze e indicatori di risultato.
Entro il novantesimo giorno intendo pubblicare il primo bando federale per le borse di studio. Nello stesso periodo dovranno essere avviati il Piano nazionale degli impianti, il confronto strutturato con i territori e il dialogo istituzionale per il progetto dedicato alle scuole.
Con cadenza almeno annuale, la Federazione pubblicherà lo stato di avanzamento di ciascun obiettivo: ciò che è stato realizzato, le risorse impiegate, gli eventuali ritardi e le ragioni per le quali si sono verificati.
Questo è l’impegno preciso che Hockey Italia 21 e tutto il movimento potranno verificare: non chiedere di essere giudicato sulle intenzioni o sugli annunci, ma sugli atti, sulle scadenze, sulle risorse impiegate e sui risultati resi pubblici.
Non prometto che ogni obiettivo sarà raggiunto senza difficoltà. Prometto però che nessun obiettivo verrà dimenticato, nascosto o raccontato in maniera diversa dalla realtà.
Trasparenza significa anche questo: avere il coraggio di mostrare ciò che è stato realizzato, ciò che resta da fare e assumersi sempre la responsabilità di entrambi.



