Gian Luca Cavaliere, capitano della nazionale italiana
Gian Luca Cavaliere, capitano della nazionale italiana e dei South Tyrol Eagles, gioca con il numero 6 in difesa, un numero che ha scelto perché quando era più piccolo giocava a calcio da libero con quel numero e il suo idolo, da milanista, era Franco Baresi. È disabile dal 1998: aveva 26 anni, fece un incidente in moto e subì l’amputazione della gamba destra. Si muove con una protesi.
Ama andare in snowboard in inverno, e girare con la mountain bike. È sempre stato un grande sportivo fin da bambino: ha giocato a calcio, ha fatto nuoto agonistico, e gare di snowboard. Ora si appresta a vivere la sua quinta paralimpiade. È di Torino ma non ha mai giocato nei Tori Seduti, perché si trasferì in Alto Adige prima che la squadra venisse fondata.
Da quanto tempo sei capitano?
Sono capitano da quando Ciaz ha iniziato ad avere un po’ di problemi: si era si era fatto male e c’era il torneo di Torino. Lui non poteva partecipare e ho iniziato così. Lo ha deciso la squadra: io avevo detto, ma no, ma lasciamolo fare a qualche giovane. Invece i compagni hanno deciso così. Sono contento di farlo.

Quando hai iniziato?
Ho iniziato a giocare a sledge nel 2003. Prima giocavo a livello amatoriale ad hockey inline. Era il 1987/88 e in quel periodo non c’erano ancora le squadre professionistiche. Giocavo anche a hockey su ghiaccio ma Torino c’erano pochi palazzetti, quindi ogni tanto andavo su in montagna per giocare con gli amici. A Torino era più semplice giocare ad inline: c’erano più squadre e quindi abbiamo iniziato tutti quanti a giocare così.
Cosa ti ha dato lo sledge?
È stata fin da subito una grande passione: all’inizio non sapevamo neanche come fossero gli slittini. Abbiamo provato a fare costruire gli slittini in Italia ma non ci siamo riusciti. Non sapevamo neanche quali esercizi fare, com’erano le stecche, non sapevamo proprio niente. Anche già solo mettersi a posto l’attrezzatura per iniziare era emozionante. Ti facevi tante domande, del tipo: ma come si mette questa cosa qua? E come si fanno questi esercizi? Andare sullo slittino all’inizio è stato un disastro…
Hai un ricordo particolare di quel periodo?
Che non riuscivamo nemmeno a fare le curve e ci schiantavamo contro le balaustre. All’inizio usavamo le lame molto larghe per stare in equilibrio e facevamo fatica a girare. Poi quando abbiamo iniziato a stare in equilibrio abbiamo ristretto le lame.
Fai altri sport oltre allo sledge?
Vado con lo snowboard. Almeno mi piace andarci, però ho sempre paura per le spalle: perché se mi faccio male poi butto via l’intera stagione di hockey, visto che ci sono sempre degli impegni da fare e quindi voglio evitare di farmi male. Saranno ormai tre o quattro anni che non ci vado più: piuttosto che andare una o due volte all’anno preferisco fare una bella stagione, ma non riesco a farlo in questo periodo. Mi piace andare anche in mountain bike, e girare nei boschi.

Tu hai fatto tutte le paralimpiadi…qual è il ricordo più bello che hai?
Sul ghiaccio la più bella è stata giocare contro il Canada a Vancouver, nella partita di inaugurazione della paralimpiade. Anche se poi abbiamo perso e quindi non è stato bellissimo.
Fuori dal ghiaccio invece è stata la cerimonia di chiusura di Torino. Non immaginavo che ci fosse così tanta gente: all’inizio quasi nessuno di Torino la considerava, poi molta gente si è appassionata, ha visto che comunque è un bellissimo sport. A tutte le partite della paralimpiade lo stadio era pieno. Poi c’era anche moltissima gente in centro quindi è stato bellissimo.
E a Pechino ci sarà il pubblico?
Ci sarà il pubblico ma sarà solo cinese: i nostri tifosi non potranno venire purtroppo. Mio padre, che è sempre venuto a vederci ovunque, in questa occasione non potrà esserci. Giocare col pubblico è molto bello: ai mondiali di Ostrava lo stadio era pieno e quasi non ti sentivi in campo.
Qual è il tuo e vostro obiettivo alle paralimpiadi?
Riuscire a far bene, e tener alta la concentrazione in tutte le partite. Mai perdere l’obiettivo di far bene, visto che ci alleniamo per questo da quattro anni. E poi quello che viene viene.
Con la Cina non ci abbiamo mai giocato. La Slovacchia sappiamo che possiamo batterla, mentre i cechi sono forti. Poi è la prima partita, che per noi è sempre difficile.
La vivi molto con “spirito sportivo” questa paralimpiade…
Rispetto ad alcuni compagni più giovani la vivo molto sportivamente. Tanti non sanno cosa voglia dire viverla così. È difficile perché ci sono ragazzi che hanno iniziato così per caso, mentre io fin da piccolo ho sempre fatto sport. Nuoto a livello agonistico fin da piccolo, calcio a livello giovanile, gare di snowboard a buon livello, seppur fossero solo gare regionali. Mi è sempre piaciuto fare sport.
Di Berlino hai una partita che ti ricordi di più?
La prima partita contro i padroni di casa. È quella che patiamo sempre di più. Riprendi a giocare a ritmi diversi rispetto a quelli a cui sei abituato. Poi i padroni di casa hanno deciso il calendario ed avevano fatto in modo di incontrarci per primi. Ma noi le abbiamo vinte tutte!

Sei uno che segna?
Non tantissimo: faccio pochi goal ma importanti. Ho segnato quello di Torino, che per noi è stato molto bello, era il nostro primo goal ad una paralimpiade. Un altro all’overtime contro la Svezia a Sochi per giocarci poi il quinto e sesto posto. Poi ho fatto quello decisivo ai mondiali per le qualificazioni di Vancouver.
Ti ricordi quello di Torino?
Da regolamento avrebbero dovuto darci una penalità come ritardo del gioco ma non lo hanno fatto, vista l’invasione di campo. Hanno capito l’importanza del momento. Ho tirato di sinistro dalla blu: un tiro rasoterra molto forte, il portiere non se lo aspettava.
Come vedi Milano Cortina 2026?
Servirebbero giocatori nuovi ma è difficile. Non è che uno diventa giocatore da un momento all’altro. Ci vuole tanto tempo per arrivare a giocare a buoni livelli. Quest’anno noi delle aquile portiamo cinque giocatori nuovi ad una paralimpiade, più uno dei Tori Seduti.
Dipende da come ci si allena: o lo fai a livello professionistico o semi professionistico, sennò non riesci a competere con le altre squadre. Noi come nazionale ci alleniamo quattro giorni al mese, è troppo poco. Servirebbe almeno allenarsi una settimana al mese. Come South Tyrol Eagles ci alleniamo tre volte alla settimana sul ghiaccio.

Chi è stato Ciaz per te?
È il primo che mi ha fatto vedere come fosse una protesi ed è il primo che ho visto senza una gamba come me. È quello che mi ha dato la voglia di ricominciare subito. Mi ha aiutato davvero tanto. Sapevo che allenava i ragazzini su ghiaccio. Quando ho saputo che potevamo andare su ghiaccio anche noi disabili l’ho chiamato e gli ho detto: dove ci vediamo? E ci siamo trovati subito. Poi è stato, come per tutti, un esempio di persona, di giocatore, di uomo. Senti sempre la sua mancanza.
Qual è la tua caratteristica principale sul ghiaccio?
La mia è di combattere sempre su ogni disco: anche se credi di averlo perso e l’avversario sta scappando, io non mollo mai…
Ah quindi sei un leone…
Sì, un leone di montagna, anche se mi sento più una lince, perché il leone sul ghiaccio farebbe fatica, mentre una lince è abituata ad andare sulla neve e sul ghiaccio.



