Alessandro Benin, da Milano alla vittoria della Spengler Cup 2022 con l’Ambrì Piotta
Alessandro Benin è Team Manager ed Assistente del Direttore Sportivo dell’Hockey Club Ambrì Piotta dal 2013 e Scout Europeo per gli Everett Silvertips dal 2015. A dicembre ha vinto la Spengler Cup 2022 con l’Ambrì Piotta. Partito da Milano, la sua città natale, è riuscito a realizzare il suo sogno: vivere di hockey. Ed a Milano è tornato con la Coppa vinta, accolto da tifosi ed appassionati di hockey italiani.

Come hai iniziato la tua avventura hockeistica?
Ho seguito l’hockey a Milano da appassionato ed ho giocato a buoni livelli ad Hockey Inline col Monza. A 22 anni ho avuto un contatto con una squadra juniores canadese i Trail Smoke Eaters, nella British Colombia, in Canada. Lì c’è una grande comunità italiana. Il presidente di quella squadra mi aveva dato la possibilità di essere il secondo viceallenatore della squadra. Mi hanno pagato l’aereo e la famiglia che mi ospitava, e basta. Però per me è stato il modo per entrare veramente nell’hockey.
Tramite il direttore sportivo di quella squadra, Garry Davidson (ex Asiago e Gardena), sono arrivato a Lugano, e sono andato ospite per due anni di seguito al Development Camp dei Los Angeles Kings. E da lì è partita la mia carriera: ho fatto tre anni a Lugano e poi ho deciso di seguire Jim Koleff a Langnau. A Lugano ho fatto il Video Coach della squadra, mentre a Langnau ero l’Assistente del Direttore Sportivo.
Poi sono tornato a Milano, perché il mio obiettivo era quello di allenare. Ho fatto tre anni coi Vipers, due anni coi Black Angels e sei mesi col Varese Killer Bears, e poi sono tornato in Svizzera, ad Ambrì, dove ormai sono dal 2013. I primi due anni facevo sia il Video Coach che l’Assistente del Direttore Sportivo dopo di che solo il Team Manager ed Assistente del Direttore Sportivo. Dal 2015 sono anche lo scout europeo degli Everett Silvertips e mi occupo di seguire le nazionali U17 e U18 di Svizzera, Cechia, Slovacchia, Germania e Finlandia.
Cosa hai provato a vincere la Spengler Cup?
La Spengler per me è un vulcano di ricordi. Ho partecipato alle edizioni della Spengler Cup per il Team Canada nelle stagioni 2002/03 e 2003/04, dove lavoravo come video coach. Mi aveva introdotto Jim Koleff, che era anche il mio allenatore e direttore sportivo a Lugano e che per me è stato il mio padre hockeistico. È mancato diversi anni fa.
Ai tempi si facevano i video ancora con le VHS; quindi, durante la Spengler Cup le ore di lavoro erano tante e quelle di sonno pochissime. In seguito, Hockey Canada aveva deciso di introdurre il sistema digitale ed a partire dalla Spengler Cup del 2004 io che ero “vecchio stile” sono rimasto fuori dallo staff.
Tornare alla Spengler è stata una grande emozione, sebbene in un ruolo diverso. Per chi non conosce il torneo, è molto intenso, per prepararlo ci vuole parecchio tempo e in meno di una settimana può succedere di tutto. È stata una grande emozione.

Chissà l’entusiasmo dei tifosi dell’Ambrì…
L’entusiasmo che portano i nostri tifosi è davvero unico. Sono più di vent’anni che faccio questo lavoro e loro sono tifosi unici. Ci supportano sempre, nei momenti buoni e difficili. Noi siamo una squadra che deve lottare per ogni singolo punto. Il supporto dei nostri tifosi è davvero importante.
La passione che loro hanno portato alla Spengler Cup ha lasciato sbalordite anche le squadre avversarie, della Rep. Ceca e della Finlandia. Come dire: “Wow, siete fortunati ad avere tifosi del genere”.
Parlando di tifosi, sono rimasto veramente entusiasta dell’accoglienza che è stata data alla Spengler quando sono venuto a Milano. Anche se non li chiamerei solo tifosi perché c’erano anche tante persone che sono, o sono state, addetti a lavori, quando l’hockey in Italia era ad alti livelli.
Arrivare a Milano, vedere gente che da altre parti del Nord Italia è venuta a farsi una foto con la Spengler, vedere vecchi amici ed addetti ai lavori, che hanno avuto a che fare con grandi squadre del passato, così entusiasti di fare una foto con la Spengler o complimentarsi con me, è una cosa che veramente ricorderò per sempre.
E mi piange il cuore a vedere la situazione dell’hockey italiano perché ritengo che ci sia tanta passione per l’hockey in Italia. C’è gente che oltre alla passione, ne capisce di hockey. Anche a Milano dove purtroppo a malapena c’è un settore giovanile, ritengo che ci siano molte persone che sarebbero in grado di costruire una squadra di hockey. Quello che vedo, soprattutto a Milano, è che mancano anche solo le fondamenta.
Vista la tua esperienza, secondo te cosa manca all’hockey italiano per provare ad avvicinarsi a quello svizzero?
Faccio sempre l’esempio che 30 anni fa in Svizzera si è seminato ed è cresciuta una foresta, in Italia invece si costruivano bellissimi tetti, sotto i quali non erano seminate nemmeno le patate.
In Svizzera si investe molto nel settore giovanile. Col tempo si è costruita una base di giocatori svizzeri, ai quali poi si aggiungono giocatori stranieri o quelli con licenza. I giovani, formati nelle società elvetiche, magari vanno a fare un’esperienza in Nord America o nei paesi scandinavi, ma poi ritornano.
In Italia, se penso alla Saima o ai Devils, avevano delle prime squadre fantastiche ma il settore giovanile praticamente non esisteva. Un esempio più recente è quello dei ragazzi che ho allenato nelle giovanili dei Vipers, dal 2004 al 2007, non un secolo fa. Alcuni giocano ad inline, ma la maggior parte ha smesso. Se fossero andati in Svizzera per ottenere la licenza, a quest’ora giocherebbero in NLA.
Come abbiamo avuto buoni giocatori in passato, possiamo averli ancora!
Per farti capire l’importanza che viene data in Svizzera al settore giovanile: nello staff del settore giovanile ad Ambrì tra le persone che lavorano a tempo pieno, uno si occupa del reclutamento dei bambini o bambine, dell’asilo o prima elementare, e di insegnarli a pattinare. Ce lo abbiamo noi come hanno la stessa figura tutte le altre società.
Questo per dire l’importanza che viene ancora data al reclutamento in un posto dove l’hockey è ben strutturato. E le società continuano ad investire in questo, perché cercano sempre di trovare nuovi giocatori, o giocatrici.

Bisognerebbe farlo anche a Milano…
Bisognerebbe sì. A Milano si dovrebbe andare nelle scuole, presentare l’hockey, e creare delle scuole hockey per accogliere i giovani. A Milano non dirmi che non sia possibile creare una scuola hockey di 100 bambini U8, U9 o U10, dove si insegna loro a pattinare? È una cosa che bisogna fare oggi. E di quei 100 bambini che oggi iniziano, tra 8/10 anni avrai la base per costruire una squadra.
E poi a Milano ci sono tante squadre amatoriali che potrebbero aiutare a far ripartire il movimento hockeistico milanese. Pensiamo agli adulti che giocano ad hockey in quelle squadre: avranno anche loro nipoti, figli e così via. Pensa a quanta gente si potrebbe reclutare! Non dimentichiamoci poi che quelle persone hanno anche un datore di lavoro quindi possono portare il messaggio dell’hockey anche alle aziende dove lavorano o verso i loro clienti.
L’hockey a Milano non è morto, ha però bisogno di ripartire al più presto grazie al contributo di tutti gli appassionati. E la cosa importante per Milano sono queste persone che giocano a livello amatoriale perché tengono viva la passione per l’hockey!
Ci vorrebbe anche uno stadio del ghiaccio funzionante e qualcuno in grado di gestirlo
Quello è fondamentale, perché uno stadio funzionante rappresenta una fonte di guadagno essenziale per una società, che a sua volta non deve per forza essere un Hockey Club ma semplicemente una ditta di eventi. I ricavi possono venire dal food and beverage durante le partite e dai biglietti, ma soprattutto deve essere operativo per 365 giorni all’anno con eventi, riunioni, fiere, conferenze, oltre ovviamente a bar e ristoranti aperti ogni giorno con magari eventi ad hoc.
Ovviamente ci vuole un imprenditore che sia disposto ad investire e che poi sappia far fruttare lo stadio nel migliore di modi. Non ci posso credere che qualcuno vedendo tutta la passione che c’è per l’hockey a Milano non voglia investire in questo ambito. Da qualche parte ci sarà, forse è stato occupato con altro negli ultimi anni. Di cose da fare per tenere occupata uno stadio del ghiaccio a Milano ce ne sono, idem di gente che non vede l’ora di entrarci!



